lunedì 18 maggio 2015

Il Counseling e il Sé: La Psicologia Umanistica-Esistenziale 3/3


La psicologia umanistica-esistenziale.

Il 1962 è senza ombra di dubbio l'anno di nascita della psicologia umanistica. E' l'anno in cui Abrahm Maslow (1908-1970) propone a molti colleghi tra cui Rollo May, Gordon Allport, Carl Rogers, Victor Frankl, di riunirsi in un'associazione avente la finalità di studiare il comportamento umano sulla base delle motivazioni positive degli individui. Nasce così il movimento della terza forza, le altre due erano rappresentate dalla psicanalisi e dal comportamentismo. Queste due ultimi movimenti psicologici adottavano un modello di uomo governato da pulsioni o istinti, quindi reattivo all'ambiente. Maslow e gli altri suoi colleghi contestavano questa visione pessimistica e meccanicistica dell'uomo, rifacendosi alle teorie della filosofia umanistica e a quelle della filosofia esistenziale.
Per la psicologia umanistica il concetto centrale è: l'uomo ha il compito di autorealizzarsi. Il fallimento di tale compito porterebbe sensi di frustrazioni e di colpa. Essendo le motivazioni le forze che ci spingono verso l'autorealizzazione, Maslow propone una teoria motivazionale. Egli individua una scala di motivazioni (la piramide di Maslow) che soddisfatte ci portano all'autorealizzazione. Le caratteristiche dell'uomo realizzato sono di cooperare in sinergia con tutte le parti della personalità per l'adattamento pieno alla vita.
Il contributo di Gordon Allport (1897-1967) nell'alimentare la terza forza è sicuramente quello di rivisitare in chiave storica i concetti di Io e del Sé formulati da molti autori di psicologia. Egli conia il termine autonomia funzionale per indicare quei comportamenti che, una volta appresi, si perpetuano senza bisogno di essere rinforzati.
Con Carl Rogers la psicologia umanistica-esistenziale raggiunge, molto probabilmente, il suo apice in termini di rivoluzione accademica. I suoi studi lo portano a formulare La terapia centrata sul cliente. La rivoluzione principale consiste proprio nel termine cliente, per Rogers, la psicologia (così come la medicina) deve essere al servizio di chi ne ha bisogno. Dal concetto di servizio al termine di cliente (in sostituzione del termine paziente) il passo fu breve. L'autorealizzazione di cui parlano i suoi colleghi, R. la definisce tendenza attualizzante e sostiene che ogni organismo è dotato di questa forza che lo spinge a sviluppare le capacità per mantenere, migliorare e accrescere l'organismo stesso. Quando questa tendenza a migliorarsi viene bloccata il processo di crescita dell'organismo subisce esso stesso un arresto e le persone, gli individui, sperimentano una grave rottura del loro senso di integrità. E' l'inizio di un cammino di sofferenza, la vita, per come la percepiamo, non è più la stessa, anzi diviene essa stessa fonte di dolore. Per Rogers, il compito primo del terapeuta (anche questa è un'altra rivoluzione) non è quello di aiutare il cliente a capire cosa gli è successo, a fornire uno strumento psicologico da usare per “risistemare” i suoi pensieri e le sue disfunzionalità, ma è quello di definire un spazio dove regni un clima di accettazione incondizionata (il setting), dove il cliente possa sentirsi a proprio agio e piano piano, riprendere il contatto con quelle parti di Sé, sentimenti, emozioni, valori, principi, atteggiamenti, comportamenti, che l'esperienza aveva scissi. I compiti del terapeuta, per R., quindi non consistono nell'orientare il cliente in una determinata direzione ma di creare le condizioni per lo sviluppo e il ripristino del processo interno al cliente. Per R. il cliente stesso è il processo e questo processo necessita di condizioni ben definite per ri-portarsi in una situazione di benessere. Queste condizioni sono tutte quelle che permettendo l'instaurarsi di un clima di fiducia tra il cliente e il terapeuta (alleanza terapeutica), agevolano l'autoesplorazione, chiarificano il mondo interiore, sviluppano il decisionismo. Tutte condizioni, queste, fondamentali per favorire l'autonomia esistenziale del cliente.
La psicologia umanistica riporta l'attenzione sulla persona che esperisce e non sul metodo. Pone attenzione ad alcune qualità umane come la creatività, la scelta, la valutazione e l'autorealizzazione. Mette in risalto il significato soggettivo della scelta e la ricchezza di potenziale umano contenuto in ogni individuo. Il counseling, figlio della psicologia umanistica-esistenziale, rimette in campo tutto ciò che di buono ha trovato nel cammino del sapere psicologico, ri-mettendolo al servizio del cliente.

Un discorso a parte va fatto per la Terapia della Gestalt, a cui Perls (1893-1970) ha dato tutta la sua vita, e dove sapere occidentale e orientale si fondono fino a formare un'unica teoria, da molti definita olistica. La gestalt, privilegiando il graduale sviluppo della consapevolezza (awareness) come premessa alla capacità di autoregolazione dell'organismo, disconosce il primato della libido come realtà pulsionale. Supera la dicotomia Es-Superio preferendo una visione olistica dell'individuo nel termine, più propriamente di origini orientale, espresso dal concetto del Sé. L'attenzione in cui il cliente è invitato a sperimentare se stesso (il proprio Sé quindi) è il momento presente. L’adesione alla concezione del fluire energetico come condizione di salute in antagonismo al blocco come espressione di sofferenza e di malattia, ricorda molto da vicino il pensiero di Rogers. L'unico istante di tempo dove il qui ed ora diviene senso e significato importante per la crescita della consapevolezza, è il momento presente. Il processo che porta Persl a definire la Terapia della Gestalt inizia nel 1926 quando viene in contatto, durante il lavoro di assistente di Goldstein, con la Psicologia della Forma. Quello che più interessa, e che riporterò poi nella descrizione della mia esperienza, è il ciclo del contatto o ciclo della gestalt. Per adesso mi limito a dire che si tratta di un ciclo di soddisfazione dei bisogni, può anche essere un ciclo di emergenza, ma più in generale si riferisce alla capacità dell'organismo di dare soddisfazione ai suoi stessi bisogni. E aggiungo che per dar-si soddisfazione è necessario che i bisogni vengano prima riconosciuti. 

Indice


Teoria della Diaroterapia: Le mille facce del counseling 1/4


Le mille facce del counseling.

Considerata la grande fame di sapere che distingue il counseling, che mi pregio, a questo punto di elevarlo a conoscenza facendolo precedere dal termine filosofia e definendolo come complemento oggetto, possiamo ben parlare di filosofia del counseling. Abbiamo visto che è stato necessario un periodo storico lunghissimo affinché divenisse quel che oggi rappresenta per milioni di persone in tutto il mondo e, nonostante il periodo lunghissimo, durante il quale si è condito delle migliori teorie che attingono alla felicità degli individui, il counseling è tutt'oggi una conoscenza in crescita. Gli ambiti di applicazione sono sempre più numerosi, dal primo approccio sociale che coinvolse migliaia di soldati statunitensi tornati dal fronte della Grande Guerra e molteplici corrispondenti figure di riferimento quali assistenti sociali, infermieri, medici, formatori, il counseling, si è impiantato nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle imprese economiche, nelle organizzazioni onlus e nelle associazioni a scopo culturale e artistico. La diffusione così capillare nel tessuto sociale e a livelli a volte anche così differenti e distanti tra loro, ci fa capire che la filosofia del counseling è effettivamente basata su valori universali e pienamente condivisibili.

Chiaramente, a tale diffusione, si è parallelamente evoluta una specificità del counseling così che, per venire incontro all'enorme differenziazione del bisogno, si è strutturato in varie ramificazioni. Il counseling oggi si è specializzato. Dal Counseling della Gestalt al Counseling Rogersiano, le prime due definizioni storicamente affermate del counseling, siamo passati all'Art Counseling, al Counseling Sessuologico, al Counseling per la Coppia, per la Famiglia, per gli Adolescenti, per le Aziende. Ma questi sono solo alcuni dei numerosi ambiti in cui il counseling continua ad evolversi. Oltre alle specifiche suddette, essendo il counseling, per principio, rivolto all'autorealizzazione delle persone e allo sviluppo della creatività e del potenziale umano, sarebbe stata una contraddizione se, esso stesso, non avesse generato, creativamente, tecniche riferite anche all'arte, al teatro, alla medicina, al mondo del lavoro e a quello della scuola e dell'educazione. Il risultato è che oggi il counseling può comunicare i suoi principi di psicologia umanistica-esistenziale, anche con la pittura, la scultura, il teatro, il giardinaggio, il bricolage, la poesia, la scrittura. L'ideazione del ben noto strumento (per gli addetti ai lavori) denominato work-shop è la sintesi della creatività che permea l'anima e la filosofia del counseling. Non c'è campo umano, praticamente, che, offerto con le competenze adeguate, non possa ricevere benefici da un counseling strutturato su un specifico approccio. Poiché l'argomento di questa tesi riguarda la Diarioterapia, ho preferito tenerla a parte, fino ad ora, proprio per evidenziarla dal contesto generico, senza per questo togliere o aumentare le caratteristiche strumentali alla pari di quelle fin qui menzionate, ma solo per darle la rilevanza che merita nel presente contesto didattico. Esploreremo adesso un po' più da vicino quel counseling che fa uso del diario, della scrittura come strumento di aiuto e che prende il nome di Counseling Diarioterapico.



Teoria della Diarioterapia: Cenni storici e fondamenti 2/4


La diarioterapia: cenni storici e fondamenti.

La Diarioterapia è una tecnica di autoanalisi messa a punto da Ira Progoff (1921-1998), basata sulla scrittura di un diario intensivo (come lo chiama lui), utile per superare le inibizioni ed i blocchi psichici ed agire in modo adeguato per modificare al meglio la propria vita. Per P. il diario scritto tutti i giorni deve essere rielaborato, in un secondo tempo, ricorrendo alla scrittura creativa. Tale tecnica si trasformerebbe in un formidabile mezzo di autocoscienza. Il D.I. si presenta come un metodo strutturato in maniera tale da permettere di attingere al contenuto dei moventi profondi e desideri nascosti che albergano in ogni individuo. Con la tecnica di P. è possibile una analisi di se stessi, per osservarsi e confrontarsi al meglio delle possibilità, proprio secondo la ben nota frase “conosci te stesso”. P., americano, fondatore del Dialog House di New York City, si è fatto anche conoscere per la diffusione del pensiero junghiano alla gente comune pubblicando numerosi tesi sulle teorie di Jung. P. ha iniziato ad esplorare metodi psicologici per la creatività e l'esperienza spirituale nelle loro applicazioni sociali nei primi anni 1950. La sua tesi di dottorato nel campo della storia sociale delle idee presso la New School era sul lavoro di CG Jung. Nel 1953, la tesi è stata pubblicata in copertina rigida da Julian Press come Psicologia di Jung e il suo significato sociale. Le edizioni successive sono state pubblicate dalla Grove Press, Anchor/Doubleday, e Dialog House. Dopo aver ricevuto il suo dottorato, P. si è aggiudicato una borsa di studio Bollingen e ha studiato privatamente con Jung in Svizzera. Questo lavoro ha portato ad una ricostruzione della psicologia del profondo, in termini di lavoro successivo di Freud, Adler, Jung, e Rank in La morte e la rinascita di Psicologia e una prima dichiarazione di Holistic Profondità Psicologia in profondità Psicologia e l'uomo moderno. Nel 1963, P. ha presentato il metodo di Psiche Evocando in simbolico e reale. Nel 1966, P. trasse dai principi descritti in questi libri per introdurre il metodo Intensive Journal dello sviluppo personale, l'innovazione per la quale è più ricordato. Si tratta di un sistema non analitico e integrativo per evocare e interrelazionare il contenuto di una vita individuale. P. ha scritto due libri che descrivono il metodo: Workshop Journal e The Practice of Process Meditation. La popolarità del sistema si diffuse rapidamente.
La diarioterapia, simile per l'aspetto di autoanalisi e di rielaborazione del vissuto alla fototerapia, permette al cliente un’esplorazione potenzialmente infinita delle epoche di una vita. Il proposito della redazione del diario come esercitazione della cura di sé è quello di recuperare le figure della memoria, dell’immaginario che nel tempo attivano o riattivano comportamenti e modi di essere. L'obiettivo è, come sempre per tutte le tecniche di counseling, quello di imparare a riconoscere il loro insorgere nel presente per procedere verso il futuro guardando con accettazione e benevolenza al passato. La scrittura del diario ha una sua metodica ed in quanto tale si configura come un potente strumento per intraprendere questo percorso di riappropriazione di sé, in particolare attraverso quelle che P. chiama guide di retroazione (spontanei rimandi alle varie coloriture dell’esistenza). Le specifiche sezioni di diario sono costantemente modulate dalla figura del dialogo, sia esso con la società, i lavori, i sogni, le figure di saggezza, le immagini crepuscolari, i ricordi, o una vita non vissuta. La presenza dell'altro in uno spazio libero dove ognuno trova la propria dimensione meditativa, tra movimento e postura localizzata, contribuisce a definire le intenzioni trasformative di questa esperienza.
Un momento in cui la D. produce benefici consistenti è durante l'adolescenza. Questo periodo di sviluppo, caratterizzato da grandi cambiamenti, nel corpo come nella psiche, si offre come terreno fertile alla pratica della D. In questo momento della vita la costruzione della personalità assume un impegno psicologico molto forte, addirittura stressante. Poiché un aspetto interessante della D. è quella di scaricare la tensione, scrivere può rappresentare un diversivo, un guardare altro da ciò che il presente pressantemente chiede; potrebbe anche essere un guardare oltre, tenere un diario rappresenta un buon sistema per far fronte alle situazioni di stress che i giovani si trovano spesso a vivere.
Sembrerebbe che anche gli anziani e in particolare i malati di alzheimer, quando ci riescono, possano trarre benefici dalla pratica dello scrivere. I poteri intrinsechi della scrittura nel mantenere in attività alcune aeree cerebrali è senza dubbio ovvia e non ha bisogno di approfondimenti, se non per soddisfare una “fame” di natura scientifica. Per questo motivo mantenere allenata la mente, spingerla a ricordare e a ricordarsi, è sicuramente una buona attività per le persone anziane, e insieme ad una moderata attività fisica, può indubbiamente apportare una serenità e una chiarezza di spirito e confortare l'ultimo periodo della nostra vita. Sappiamo tutti che anche leggere è un ottimo esercizio per tenere allenata la mente e la maggior parte di noi è consapevole che una caratteristica comune a molti centenari è proprio il loro rapporto con il leggere e lo scrivere.
Adolescenti, anziani, si certo, ma anche gli adulti possono ricorrere alla D. per riordinare le loro idee, per meglio descrivere il futuro, per organizzare un progetto. Il segreto dello scrivere, uno dei tanti, è che la nostra mente, in quel preciso istante, nel fatidico qui ed ora del passaggio del pensiero dalla mente alla carta, lo rielabora. Non appena il pensiero prende forma, disegno, dimensione, sulla carta, il nostro occhio lo ri-vede e la nostra mente lo ri-flette e i neuroni lo ri-elaborano. Ed è proprio questa rielaborazione che permette a questa semplice tecnica di offrire un setting dove portare, con calma, con il nostro tempo, secondo le nostre volontà, ciò che ci sta a cuore, sia esso dolore, sia esso gioia. Il diario diventa il counselor che ci ascolta e in questo processo in cui i pensieri, le ansie, le speranze, prendono forma, la scrittura diviene la riformulazione silenziosa, eco, semplice e chiarificatrice che ci fa attraversare lo spazio della forma (secondo la gestalt) dalla figura allo sfondo.
Quindi adolescenti irrequieti, adulti alla ricerca, anziani consapevoli, tutti possono trarre benefici dalla scrittura. Non posso non menzionare, adesso che mi viene in mente, le lettere di amore scritte e mai spedite che molti di noi (spero di non essere stato il solo a fare questa esperienza) hanno poi rimesso in un cassetto, posate nella memoria, dimenticate e ritrovate. Alcune sono state stracciate, lacerate, strappate, come forse lo era stato il nostro cuore. Anche questa è terapia, anche questa è rappresentazione e trasformazione, sublimazione di un dolore. Non ci insegnano forse nella gestalt a rappresentare la sedia vuota? Non ci insegnano a simulare facendo finta che è vero? E non diventa vero quel che facciamo per finta? Così la scrittura diventa vera e a sua volta viva, perché anche se giriamo quelle pagine, anche se chiudiamo il libro, anche se non torneremo mai più a legger-ci, anche se avremo dimenticato di aver scritto, quello scritto rimarrà dentro di noi, più vivo che mai. Anche in questa modalità si vede chiaro che il benessere non passa attraverso il dimenticare, la scrittura non serve a seppellire i ricordi e le macerie della vita, ma è un sistema per rielaborare il vissuto, per riportare alla vita quelle parti morte di noi.
La D. come parte della psicoterapia narrativa viene bene descritta da Filippo Mittino:
La capacità di narrare può essere intesa come una funzione mentale (Blandino 2009;Maggiolino 2011). Le parole di Hillman e quelle di Calvino poste in esergo offrono uno spazio di riflessione fondamentale per introdurre questa argomentazione. Hillman (1983) chiarisce la natura della mente umana, sostiene che non è fondata sulle microstrutture del cervello o sul linguaggio, ma sull'insieme di quelle storie supreme che costituiscono i modelli dell'agire umano: i miti. Questi sono schemi esemplari che permettono di interpretare aspetti della vita di tutti i giorni; gli antichi facevano spesso di questi racconti per illustrare dinamiche dell'animo umano, che, diversamente, non sarebbero state colte. I miti sono caratterizzati da una struttura aperta, nel senso che le storie che abitano la mente umana, come fossero un'eredità o un patrimonio comune a tutti, possono essere combinate e ricombinate per dar vita a storie originali volte a spiegare la vita di ciascuno (Lévi-Strauss 1978). Calvino (1983), poi, illustra la ragione per cui l'uomo è portato a raccontare: lo fa per rendere rappresentabile qualcosa che diversamente rimarrebbe sconosciuto e per liberare quelle idee, quelle emozioni che senza sosta bussano alla porta del “tabernacolo della nostra mente” (Fornari 1969). dalle parole di questi due autori emerge come la funzione narrativa sia tipica di ogni individuo e come il narrare sia un atto fisiologico quasi come il respirare. La narrazione, intesa come racconto di storie, è vista quindi come fondamentale per dare un'organizzazione al proprio mondo interiore, per imparare ad attribuire significati all'esperienza umana.



Per Freud la scrittura è una modalità di sublimare le proprie nevrosi. Raccontare e raccontarsi è un atto curativo-riparativo. Il testo è per lo scrittore l'equivalente del sintomo per il nevrotico. Jung insiste sul fatto che la scrittura è una finalità sana dell'essere umano. Rank afferma che sia lo scrittore che il nevrotico cercano nuove immagini di Sé: il nevrotico attraverso i sintomi, lo scrittore attraverso le sue opere. Quest'ultimo aspetto penso si possa estendere anche ad altri artisti oltre agli scrittori, e quindi a pittori, scultori, poeti, compositori...Maslow, giustamente, afferma che la scrittura è un mezzo utile (motivazione) al processo di autorealizzazione.

 Teoria della Diarioterapia 3/4


Teoria della Diarioterapia: Il Diario Intensivo di Progoff 3/4


Il diario intensivo di Progoff.

La D.è una modalità di scrittura in cui gli avvenimenti sono elencati giorno per giorno. E' utile come strumento di unificazione dei processi psichici del cliente: la scrittura e la rilettura del diario intensivo permettono di cogliere la continuità dell'esperienza di vita. Il processo di scrittura, inoltre, rende tangibili i pensieri e le emozioni. Il primo beneficio della D. È una maggiore consapevolezza e accettazione di sé, poiché la scrittura è intima, privata, ci permette una migliore espressione dei nostri sentimenti, si fa amicizia con se stessi. Nella D. lo scrivere diviene naturale, protetto, e soprattutto creativo. Essendo un processo di autoanalisi la D. diviene autosostegno e autoesplorazione.
Un motivo di usare la D. nel counseling è quello di farne uso come soluzione parziale a una limitata disponibilità del colloquio di counseling. E' molto interessante l'aspetto del passaggio da una terapia su modello dipendente ad una di autosostegno (autonomia funzionale di Allport). Se usata in parallelo alle sedute di colloquio di counseling diviene una ricca fonte di dati psichici. Una crescita educativa la si può fornire al cliente rimandandogli simboli e significanti del suo scritto e al contempo, con una pratica assidua e metodica, si può rinforzare l'Adulto del cliente.
P. annota: “Scrivere un diario di solito prevede una registrazione cronologica e non strutturata degli avvenimenti, ma ciò non è sufficiente a favorire il cambiamento. E' necessario attivare grandi energie.” A questo proposito mi sovviene di altri autori che sostengono la medesima idea di P. Secondo Pennebaker, uno dei più recenti studiosi del potere della narrazione (self-disclosure – auto-rivelazione o rivelazione del Sé), ha condotto numerosi esperimenti, giungendo alla conclusione che esteriorizzare il vissuto legato a uno o più eventi di vita stressanti consente di elaborarli consapevolmente. Egli sostiene che il processo della scrittura rimette al centro delle attenzione dello scrittore il valore della riorganizzazione dei pensieri e delle emozioni tramite la traduzione in parole. Proprio Pennebaker ha costruito uno strumento apposito (l’Indagine Linguistica e Conteggio delle Parole – LIWC), scoprendo che chi scrive di traumi passati gradualmente riporta sempre più parole positive nel testo e sempre meno negative, con riferimenti crescenti a cause e spiegazioni.
Anche per Gidron si pone la domanda di come considerare i benefici della scrittura. Egli giunge alla medisima conclusione di Progoff: se è vero che scrivere aiuta, c’è da precisare che non equivale a fare una terapia. Per certi problemi bastano le nostre risorse, per alcuni possiamo avere bisogno di un piccolo sostegno, ma per altri c’è bisogno dell’aiuto di uno specialista. Scrivere fa bene, ma non risolvere quei problemi per i quali occorre una persona esterna, formatasi per aiutare a fronteggiare quelli più invalidanti.
Ritornando a Progoff, il d.i. di va diviso in sezioni per rispecchiare i processi di pensiero e percezione del cliente. Inoltre è necessario una rilettura periodica del diario per scoprire nuovi elementi di sé. A tale proposito P. inserisce un'apposita sezione dove riportare i feedback scaturiti dalla rilettura.
Vediamo più da vicino la struttura del d.i.
Sezione 1: Cosa sta accadendo ora nella mia vita?
Questa sezione raccoglie il flusso delle emozioni del cliente così come sgorgano dalla nostra interiorità. Più vengono riportate spontaneamente, più lo scritto si rispecchia nel flusso dei pensieri e delle emozioni e più il materiale raccolto è interessante psicologicamente parlando, per la sua genuinità. In questa sezione troviamo la cronistoria emotiva, i progetti, i dialoghi con persone reali (come quelli che si fanno nella gestalt per chiudere un dialogo interrotto) oppure si può giungere ad un dialogo con una parte sofferente del proprio corpo (generalmente si tratta di quella parte che ha somatizzato il disagio).
Lo scopo della prima sezione è quello di prendere contatto con il proprio vissuto e liberare le emozioni.
Sezione 2: Cosa me ne faccio di quel che ho scritto?
Nel rileggere la sezione 1 il cliente può passare ad individuare l'origine della crisi avviando un dialogo interno ed esplorando il proprio immaginario. Questa è tipicamente una fase di autoesplorazione. P. la suddivide in 7 passi.
1 – Riconoscere di stare male;
2 – Riconoscere che chi sta male è il bambino interno;
3 – Trovare le giuste parole per definire la sofferenza;
4 – Ricercare nel passato la causa che ha scatenato il negativo presente;
5 – Individuare i colloqui avuti con i genitori per comprendere la sofferenza del bambino;
6 – Farsi una domanda: come posso cambiare il mio stato d'animo?
7 – Monitorare i propri comportamenti per evitare la medesima transazione sofferente.
Sezione 3: Obiettivi.
In questa fase ci si prefigge 3 obiettivi: a breve, a medio e a lungo termine.
E' necessario agire con praticità e scomporre il percorso in piccoli e dettagliati passi. Descrivere mentre ci si “vede” ad obiettivo raggiunto usando termini positivi nel qui ed ora (come se l'obiettivo fosse già raggiunto). Anche in questa sezione, come nella prima, è necessario porsi domande. L'obiettivo è stato raggiunto? E se si quando? E' stato modificato?
Sezione 4: Sintesi.
Ora il cliente è pronto per operare una sintesi realistica e più serena della situazione descritta nella 1° sezione. E' necessario rileggerla alla luce della situazione presente per cogliere la continuità dell'esperienza. Riportare i cambiamenti, il modo in cui ha operato, e come si rapportato ai vissuti e ai disagi.

Sotto molti aspetti il D.I. di P. mi ricorda il ciclo della gestalt. Va di per sé che i processi di trasformazione e di crescita verso uno “stare meglio” debbono avere “necessariamente” una base e un filo conduttore comune. L'aspetto geniale che caratterizza il D.I. è l'insieme dei registri che P. istituisce per monitorare settorialmente il processo del cliente. Egli distingue il registro del presente da quello quotidiano e da quello della vita passata, la storia del cliente. Poi inserisce un registro dei sogni, uno delle immagini crepuscolari e uno delle meditazioni. Il risultato finale è un sistema di scritti che rispecchiano i vari aspetti del cliente e dentro cui egli può rivedersi e soffermarsi. 

Teoria della diarioterapia: La scrittura creativa 4/4


La scrittura creativa.

Ci tengo a riservare un paragrafo a parte alla scrittura creativa.
Ritenendo la scrittura uno strumento nobile, forse il più nobile ed elevato che l'uomo abbia mai potuto scoprire, trovare, per esprimere se stesso, per comunicare ciò che sente, per manifestare ciò che vede, per approfondire il suo Sè più alto e il suo Sé più profondo, mi sento in dovere chiarire alcuni punti; uno di questi riguarda l'idea comune di cosa si pensa che sia la scrittura creativa.
I più credono che ad un corso di s.c. si vada per imparare delle tecniche specifiche che possano poi permettere di scrivere autonomamente e “creativamente” un racconto, un romanzo, una fiaba, un libro. Il termine creativo verrebbe quindi utilizzato per attivare un processo che ci permetta di “creare”. Niente di tutto questo. Ho fatto delle ricerche e alla fine ho trovato chi, meglio di me, ha espresso il vero concetto che sta alla base della scrittura creativa. Riporto integralmente questo scritto citandone chiaramente la fonte in calce:

La scrittura creativa è una pratica che spinge a utilizzare, come da nome, in primis la fantasia di una persona quando si mette a scrivere. Ma non fantasia così a caso, come potremmo fare tutti, è una fantasia che ha come fine ultimo far cadere i tabù di cui siamo dotati. La creatività si tende a darla per scontata, ma in realtà basterebbe fare una piccola sessione di brainstorming per capire quanto in realtà siamo tutti limitati da paletti che spesso, sì, ci vengono da fuori, ma in gran parte, ancora più spesso, da noi stessi. Il fatto di pensare a una cosa "assurda" (che ne so, un essere che non esiste in modo razionale, o delle leggi causa-effetto totalmente sbriciolate) ci inibisce a tal punto che siamo portati, in modo del tutto involontario e automatico eh, a auto-castrarci. Va da sè che anche quella che a noi sembra fantasia e creatività, altro non è che un minestrone di razionalità, in cui ancora governa il rapporto di causa-effetto. La scrittura creativa, come il brainstorming, permette, a chi ne ha voglia, appunto di spezzare questi legami per come siamo abituati a vederli di solito e di trasfigurarli in modo che diventino meta-realtà o semplicemente qualcosa di nuovo.
Per esempio è possibile che, chi tiene questi corsi, ti dia una foto di qualcosa o qualcuno e ti chieda di costruirci sopra una storia, di sana pianta. Oppure è possibile che ti vengano date 5-10 parole attorno a cui costruirci un qualsiasi tipo di storia, che però le contenga. Possono essere nomi, cose, esclamazioni, onomatopee. Starebbe a te dare loro un senso, anzi, un impiego nel mondo che tu vai a plasmare tramite la scrittura. Insomma, le situazioni sono tante. La regola base di qualsiasi cosa che abbia a che fare con la creatività è essenzialmente una: mai avere paura delle proprie idee, mai castrarle e castrarsi, mai avere limitazioni, mai dirsi 'no', 'non so', 'fa schifo'. Sembrano più di una, ma è una, perché sono tutte la stessa cosa.
Spezzare le catene del solito per sconfinare nell'insolito. E senza concentrarsi eh! A me dicevano 'più il bambino è distratto, più si diverte'. Fare i creativi è come tornare bambini.
Fonte

Possiamo quindi affermare che la S.C. è: un metodo che fa uso delle scrittura per costruire, esternare, sviluppare, generare, processare, la propria unica personale specifica creatività. Non si tratta di imparare a scrivere qualcosa di importante che possa interessare l'altro o che possa e debba attirare l'attenzione, non si tratta di destreggiarsi a dilungarsi su ogni argomento, si tratta invece di esprimer-si. Questa idea della scrittura creativa va, tra l'altro, di pari passo con il processo di crescita che fluisce in un ciclo di sedute di counseling. Cosa sta facendo il counselor quando accompagna silenziosamente il cliente a cercare il focus, la domanda, il motivo che l'ha condotto nel suo studio? E come poi aiuta il cliente a trovare un nuovo livello di comprensione rispetto alle situazioni che la vita gli porta (al cliente)? E' indiscutibile il fatto che il processo che avviene tra counselor e cliente è un processo creativo, in cui non esiste un metodo esatto (non dimentichiamo che parliamo di terapia centrata sul cliente) e i clienti non sono e non possono essere esatti, essi sono degli individui, in primis. Il setting è esatto, il contesto è definito, le regole di aiuto sono chiare e a queste si piega diligentemente il metodo, qualunque esso sia, affinché il tutto dia come totale un sistema organizzato, strutturato ed efficace, ma il metodo è libero. Come la creatività del counselor.
Sarebbe da sciocchi non comprendere, infine, che la scrittura stessa, oltre a poter essere strumento di espressione creativo atto a creare altri creativi, come appena accennato, non sia creazione essa stessa:

Il Logos è fermento incline alla creazione (poesia), perché continuo ciclo vitale.
Ammiro il leggero declinare dello sguardo sul foglio che ansima e brucia di energia, fuoco che ravviva la flebile fiamma di una candela. Bachelard ha intuito la forza di questo fuoco che si mescola al flusso di energia che percorre una vita, si trasferisce nell'opera, mutando carattere, aspetto. Nella solitudine dell'Anima che cerca i propri simboli, la psyche riporta all'origine di uno spazio intimo, privato, l'immagine del mito che unisce in sé gli aspetti della trasformazione autopoietica. Essa è una sorta di ubris che comprende in sé la lotta degli opposti per riconoscere la propria unione. Dice Epicuro (Arist., Etic. Nicom.): "L'opposto concorde e dai discordi bellissima armonia." Da qui ha origine quel polemos che permette l'insinuarsi del concetto in quella sorta di intenso scambio che non redime, tuttavia, dal peccato di aver ricercato, così appassionatamente agognato la sacralità della parola che diviene testo. Il fuoco che a ciò sottende è la sentenza che dilania gli estremi di uno stesso discorso rendendoli essi stessi elementi. Perché esiste un aspetto magico della scrittura che si confonde ed è esso stesso specchio dell'individuo-che-crea.
Heiddeger.


Un psicologo, uno dei primi, forse, che dedicò attenzione psicoanalitica alla scrittura cercando simboli rilevanti fu Max Pulver (1889-1956). Svizzero di nascita fu amico di vari psicologi e scrittori del tempo, conobbe Freud, Jung e Crépiux. Uomo di grande cultura rilevò, approfondì, creando un suo metodo, da quello di Klages (1872-1956), filosofo tedesco, psicologo e fondatore della grafologia moderna. Pulver trae ispirazione dalle teorie psicoanalitiche sull'inconscio collettivo di Jung, anche lui rileva, come Jung, che il mondo in cui viviamo è ricco di valenze simboliche. L'inconscio si esprime attraverso i simboli e il foglio su cui si scrive rappresenta, il quel momento diadico, l'ambiente in cui ci si muove e si agisce. Un passo di Pulver rilevante è il seguente:

“Il potere analogico della carta è un potere simbolico che apre la porta potere simbolico del tracciamento della scrittura. L'analogia della carta rispetto all'ambiente è la base del simbolismo della scrittura nei riguardi degli impulsi psiconevrosi di chi scrive”


Il riferimento alla carta, al foglio che sottintende, secondo Pulver, allo spazio entro cui si esprimono i nostri impulsi nervosi mi permette di distinguere e di fare un parallelo tra lo scrivere a mano e lo scrivere a computer. Essendo i due processi fisiologicamente diversi nelle modalità, nella tecnologia, credo sia inevitabile che, a questo punto, possano soddisfare, le due tecniche, gli stessi bisogni emotivi. Fu durante una lezione del Dott.Edoardo Giusti che appresi, per la prima volta, anzi ne ebbi la conferma, che scrivere con la penna non è la stessa cosa che scrivere con il computer. Il Dott.Giusti, durante la lezione, il cui tema verteva su alcuni aspetti importanti che, secondo lui, se messi in pratica, ci avrebbero sostenuti nella professione di Counselor, ci suggeriva, caldamente, di fermarci la sera, tutte le sere, a compilare due diari, neanche uno, ma addirittura due! Il primo ci sarebbe servito a raccogliere gli avvenimenti della nostra giornata, le nostre riflessioni su tali eventi, insomma il classico diario giornaliero. Il secondo, invece, avrebbe dovuto essere dedicato, specificatamente, agli eventi dell'attività professionale di counselor. Qui, in questo diario, avremmo potuto riportare i nostri successi e i nostri fallimenti con i clienti, le nostre difficoltà e i nostri stati emotivi, descrivere transfert e controstransfert, collusioni, VISSI, abbandoni, inciampi. Questo diario sarebbe stato il nostro supervisore quotidiano. Il Dott.Giusti, a fronte di questo invito, ci parlò anche di molte ricerche scientifiche che dimostrano chiaramente come reagisce il cervello e quali aeree vengono attivate durante la scrittura; queste ricerche, chiaramente, ci informano anche sulle dinamiche che le varie tecniche (a mano o con il computer) scatenano nei processi mentali dei due tipi di scrittori. Sembrerebbe che scrivere a mano offra una maggiore scarica emotiva (laddove se ne sente il bisogno) e che gli individui che la usano più frequentemente abbiano un Q.I. superiore. E poi vuoi mettere la soddisfazione che si può provare ad arrotolare, accartocciare, strappare un foglio di carta per esternare le nostre umane emozioni rispetto ad un semplice virtuale click per fare delete? Credo proprio che non ci sia paragone!

Prima di passare all'ultimo capitolo di questa tesi mi preme riportare una riflessione tra i social network e la funzione dello scrivere. I social network non esisterebbero senza la passione per lo scrivere che agita il digitare sulle tastiere di utenti sparsi per il pianeta. Non si tratta, lo scrivere sui social, certo di una scrittura organizzata, nei tempi e nei modi così come risulta essere il diario giornaliero. Ciò nonostante è un aspetto sociale da non trascurare. Sembrerebbe che il desiderio di comunicare, come sempre, sia alla base dell'esistenza di forum, social, blog. Questi ultimi rappresentano, per certi versi, la versione digitale più vicina al diario. Ricordando che la parola blog deriva dal log-book, il registro di navigazione e di appunti per la vita di viaggio, esso, per struttura e fruibilità potrebbe essere acclamato come D.I. digitale essendo dotato di un autore principale (il creatore del blog), la possibilità di essere ripartito in sezioni, e, aspetto fondamentale, la possibilità di selezionare la condivisione dei contenuti: Ogni scritto può essere pubblicato selezionando varie possibilità per farlo conoscere ai potenziali lettori: pubblico, privato, solo forniti di autorizzazione, esclusivo.

Indice


Diarioterapia: La mia esperienza - 1/5


Una pagina importante.

Nell'estate del 2011 avrei dato la seconda sessione di esami per il conseguimento della qualifica di counselor. Ero al terzo anno e al quarto mese di supervisione. Il 3 di maggio mi diagnosticano una “massa di cellule non meglio identificata che si è stesa sulla corda vocale destra”. Avevo già da qualche mese problemi di voce bassa e rauca, ma dagli esami fatti fino a quel momento non “c'era niente” e, chiaramente, non c'era neanche una spiegazione dei miei problemi di voce. La vita però ci conduce sempre alla verità, anche se fa male. Fu così che un mio amico dottore mi spinse a prendere appuntamento da un suo amico otorinolaringoiatra. Una visita di dieci minuti fu sufficiente, per questo medico, per invogliarmi ad agire immediatamente affinché mi ospedalizzassi per sottopormi a successivi accertamenti. In verità fu molto chiaro ed esplicito: nove probabilità su dieci che lei ha un cancro alla laringe, mi disse.
Interruppi gli studi di counseling, mio malgrado, e dopo neanche una settimana, l'8 maggio del 2011, entrai in ospedale.
Riporto alcuni scritti che composi in quel periodo commentandoli con delle riflessioni psicologiche cercando di cogliere significati, simbolismi, stati emotivi.
21 giugno 2011 h.20:32
Stamattina, mentre stavo nel cilindro della risonanza magnetica, pensavo e riflettevo che ogni giorno che passa ed ogni esame clinico in più è un passo verso la vittoria. Riflettevo anche sul significato che queste malattie stanno dando alla ricerca scientifica, spingendo medici e scienziati alla costruzione di macchine sempre più sofisticate, in grado di fornire un numero sempre maggiore di informazioni sul funzionamento del corpo umano. In effetti, queste malattie hanno il privilegio di spingerci ad indagare sempre di più il corpo e le sue dinamiche. Stavo per addormentarmi tre volte nel tubo. Ci sono rimasto quasi un'ora. Stasera mi ha chiamato anche Giulia, e ieri sera invece mi ha telefonato Marina. (due colleghe del corso di counseling).
Questo scritto mi dà la sensazione che il cancro alla laringe, quanto meno in quel momento del decorso della malattia, non sia una grande preoccupazione. Ragionare sugli sviluppi della scienza e della tecnologia, proprio nel mezzo di un'esame importante e anche molto frustrante quale risulta essere l'esperienza della risonanza magnetica (immobilizzato dalla testa ai piedi nella semioscurità di un enorme cilindro di ferro) può sembrare un modo di deflettere dal problema, dalla sofferenza. Come potrebbe anche essere l'evoluzione di una maturità consapevole su un aspetto doloroso. Riporto qualche passo scritto precedente.
20 maggio 2011
Il chakra della voce è il chakra della comunicazione.
Cosa mi impedisce di comunicare?
Come mi fa sentire la mia incapacità di comunicare?
Ho risolto qualcosa non comunicando?
Penso di essere isolato?
Provo un senso di soddisfazione?
Mi sento frustrato/umiliato?
Provo rabbia per questa situazione?
E se fosse irreversibile? Come ti fa sentire questo?
Pensi che ci sia una soluzione?
E quale potrebbe essere una soluzione?
Risposta: Una soluzione potrebbe essere quella di dire la verità!
Un'altra soluzione potrebbe essere quella di parlare (quindi comunicare) con sincerità.
Erano trascorsi circa 2 settimane dal mio ingresso in ospedale e le domande erano ancora tante. Perché era successo quel che era successo? Perché proprio a me? Questo, in sintesi, anche se lo nascondevo addirittura a me stesso, il senso sottinteso delle domande che mi rivolgo. In grassetto sottolineato ho riportato fedelmente quelle due paroline dove sembra che stia parlando a qualcuno. A chi sto mi sto rivolgendo in quel momento? Chi è il mio alter ego? Sono io che mi vedo soffrire? Il Come ti fa sentire questo? e “Pensi che ci sia una soluzione?” sembra il counselor che chiede al cliente. Vedo come uno sdoppiamento, io che pongo domande a me stesso. Evidentemente la voglia di sapere era tanta. Come pure di trovare una soluzione.
2 giugno 2011 9:28
Questo ospedale è un luogo di sofferenza, sento che le mie preghiere hanno un senso per tutti gli ammalati che sono qui ricoverati.
Sto aspettando i risultati della biopsia.
10 giugno 2011 h 22:00
Oggi ho riparlato con l'oncologo, il dott.Pepe, riguardo alla radioterapia in trattamento congiunto alla chemioterapia.
11 giugno 2011 h 7:30
Sono determinato a vincere, mi sottoporrò alla radioterapia e alla chemioterapia e trasformerò questo veleno in medicina. E' questa una grande occasione che mi si presenta per trasformare la mia vita, per trasformare la mia paura in coraggio.
11 giugno 2011 h 10:10
Ho confermato al dottor Cavaliere la mia decisione di andare in radioterapia più chemioterapia. Dopo 15 minuti vengo richiamato per firmare la mia decisione sulla cartella clinica e mi dicono che faranno al più presto ciò che c'è da fare poiché non posso aspettare tre mesi come d'ordinanza. Recitare per ringraziare e per allineare gli eventi secondo la legge mistica affinché tutto vada per il meglio. Grazie. Nam myo ho renghe kyo.
Nessuno tra familiari e dottori, fatta eccezione per l'oncologo, condividevano la mia scelta di evitare l'asportazione della laringe (corde vocali comprese) per sottopormi a trattamento alternativo (radio e chemio). Fu una scelta che pesò tutta sulle mie spalle e dovetti addirittura difendermi dalle accuse di superficialità che mi si muovevano contro. Le mie condizioni di salute, la mia voce bassa e sibilante, mi esimeva dallo spiegare le mie motivazioni intime, invitandomi ad agire più che a spiegare il mio agire; a rigor di logica, chiunque al mio posto avrebbe fatto altrettanto. Invece il dottore Pepe mi illuminò su un aspetto che non prendevo in considerazione nel mentre esaminavo le varie ipotesi di trattamento. Mi disse: “Sig.Boccia, esistono persone che mi dicono 'dottore faccia qualcosa, qualsiasi cosa purché mi togliete questa malattia' e altre persone che dicono 'dottore, fate qualsiasi cosa, basta che mi lasciate la voce'”. Una frase per illuminarmi sulla enorme diversità degli individui che compongono questa umanità.
A ben vedere il mio diario riporta fedelmente i momenti in cui prendo una decisione importante. Rilevo che non ci sono domande tra le righe di quei giorni, domande invece che riempivano le pagine dei primi giorni di degenza.

Scrivere mi aiutava a riflettere, a pensar-mi, a concentrarmi e anche a scaricare i momenti bui, quelli dove il dolore si fa sentire e dove a volte le lacrime offuscano le parole, confondendo i righi.

Diarioterapia: La mia esperienza - 2/5


Lettere mai spedite.

Ho già affrontato, in una pagina addietro, la possibilità di scrivere lettere a qualcuno e poi non spedirle, non recapitarle. Un'azione a prima vista al di fuori dalla comune razionalità, certamente, ma rientrante nel campo dell'intelligenza emotiva (Goleman). Qualche domanda però è lecito che la razionalità ce la ponga. Che senso ha scrivere lettere per poi non spedirle? Cercherò di rispondere secondo la mia esperienza.
A volte ci si trova coinvolti in amori tanto grandi, e dentro il cuore, invece, ci sentiamo piccoli piccoli. Ecco, questo credo sia quel che successe a me. Questo sentire grande, spesso, risulta incontenibile dall'anima, specie se è un amore non vivibile; possono esserci diversità culturali tra i due amanti, distanze fisiche, situazioni sociali, familiari, che impediscono ai sentimenti di farsi avanti. Questa potrebbe essere una risposta all'ego che chiede spudoratamente: Perché? La scrittura diventa allora un mezzo per contenere l'incontenibile, il sentimento trabocca sul foglio, si tinge di blu, di nero e, in un certo qual modo, prende vita. Così l'anima stessa riprende vita e nel fluire in sillabe, parole, quell'amore inconfessabile, invivibile, impossibile, scorre via. Rigo dopo rigo. Pagina dopo pagina. Mentre il dolore di un amore negato compie i suoi cerchi nella scrittura, la scrittura stessa ci restituisce alla vita. L'amore per l'altro diventato dolore per l'Io si sublima in amore per il Sé, perché scrivere è prendersi cura del Sé. Quel Sé superiore e quel Sé delle nostre profondità. Per questo, inconsapevolmente, si scrivono lettere che non verranno mai spedite.
Sabato 3 dicembre 2011 h 20:30
Cara Elisabetta, (nome inventato)
non so se questa lettera ti giungerà per il semplice fatto che non so se avrò il coraggio di consegnartela. E' veramente con molta apprensione che mi accingo a scriverti, ma comunque sia, è una decisione presa ormai. Spero tu stia a tuo agio a che ti sei messa comoda perché ho molte cose da dirti. Cercherò di scrivere calmamente e lentamente così che la mia calligrafia risulti chiara e leggibile.
Desidero che tu sappia, innanzitutto, che sei la persona che più di qualunque altra è a conoscenza delle emozioni più intime e anche le più importanti che, da qualche tempo a questa parte, mi accompagnano in quello che è stato per me un periodo importantissimo della mia vita, a partire dalla primavera del 2010. Debbo sottolineare, però, che la mia malattia ha rappresentato in questo periodo, un segno. Un punto e a capo nella mia vita.
Tu più di ogni altra persona, sei stata capace di farmi aprire il mio cuore,e questo mi ha permesso d'incontrare, mentre mi raccontavo a te, le mie sofferenze e le mie gioie. Mentre scrivo mi sale una commozione, sento che i sentimenti e le emozioni mi confondono e si fondono anche e temo di esprimere concetti che nulla hanno a che vedere con la natura della nostra relazione, per me sacra e inviolabile. Non sto qui a scriverti per esprimere concetti o idee della mente, ma per realizzare un desiderio, una intuizione, che è quella di mostrarmi a te così come sono e al contempo di farti incontrare la parte più profonda di me, la mia anima, ciò che non si vede ma eppure ha una sua natura, la puoi ascoltare e con la quale ci si può relazionare.
A questo punto ho da esprimerti anche delle mie paure, una tra le tante è quella che questa lettera, questa confessione a cuore aperto, potrebbe spaventarti, allontanarti da me a farti allontanare, è possibile che una parte di te reagisca in questo modo. Perché no? Tale paura, la mia, non mi impedisce di continuare a scrivere, di cercare un dialogo cuore a cuore, perché comunque sento che abbiamo in comune qualcosa, ma questo è così sottile, così fragile.
Volendo immaginare questa parte che ci accomuna mi sembra di vedere un cristallo, pieno di luce, etereo. Ecco, di questo ne ho la certezza, più volte ho meditato per scoprire se fosse un'illusione della mente, se quel che sento per te nasce veramente dal mio cuore, più volte mi sono interrogato per scoprire quale parte avesse bisogno di te, quale mio bisogno avrebbe potuto essere appagato dalla tua persona. E ho scoperto che non ho bisogni da soddisfare, che i miei sentimenti non ti usano egoisticamente ma anzi ti elevano e si fondono in quel cristallo.
Come hai potuto ben constatare, un libro accompagna questa lettera, un libro scritto da un maestro a te caro e che adesso è caro anche a me, dopo averlo conosciuto. Trovare questo libro e portarlo dallo scaffale di una libreria a casa mia è stato come un rapimento d'amore, anche la prima lettura, poiché più volte l'ho riletto qua e là, fa come voler saziare una fame d'amore. Scoprire che altre persone sono capaci di scendere in profondità di una relazione d'amore, come solo pensiamo o possiamo cercare di comprendere su di noi, e di raccontarcela è molto appagante. Voglio dire che è bello ritrovare, nelle pagine di un libro scritto da un maestro, emozioni e sentimenti che ci appartengono e che già, per nostra esperienza, conosciamo. E' come se Thich Nhat Hanh, con i suoi racconti, esplorasse e analizzasse i miei vissuti.
Se qualcosa in questa lettera, l'avrò dimenticata, oppure omessa di scriverla, sappi che la troverai tra le righe di “Mente d'Amore”, perciò te ne faccio dono.
Qui, in questa lettera, ci sono le mie paure verso la donna. Innamorarsi e non dirlo all'amata, confessare la paura di perderla (l'amata) senza averla ancora conquistata adducendo (ad entrambi) anche la responsabilità di una probabile fuga, rassicurarla che quel che provo è un amore puro, senza bisogni, ecco, queste sono tutte paure. Potrei intitolare questa lettera, adesso, dopo 4 anni dall'averla scritta, Paura di amare, e il titolo non farebbe una grinza. Esiste nel testo un'ambivalenza, come un desiderio, che alla pari di un istinto, mi induce a parlare con Lei, da una parte, e un'impossibilità a non poterlo fare, dall'altra. La lettera stessa esiste, in questo caso, per via di questa impossibilità alla comunicazione e il pregio, il merito di cui si fregia questa lettera mai spedita, è che simula l'aver superato questo scoglio. Sappiamo bene che la mente non finge anche quando finge, e che fingere di fare è un modo per fare quel che non possiamo fare. Scrivendo questa lettera, compiendo questo piccolo esercizio di diarioterapia, ho comunicato con lei, scrivendo le ho parlato, scrivendo le ho detto quel che non avevo il coraggio di dirle, dando così realizzazione al mio desiderio e pace alle mie ansie d'amore. Il dono del libro è chiaramente una deflessione dall'impegnarsi ad un comportamento concreto, da adulto. Ti regalo un libro suggerendoti che quel che non ti ho detto potrai trovarlo tra quelle pagine. Perché? Avrei potuto scrivere ti regalo questo libro perché ti amo. A ben pensarci, rileggendo ora, queste due parole “ti amo” non le ho mai scritte, sottinteso si, ma mai mi sono dichiarato apertamente. Ti regalo questo libro per comunicare una passione comune e un autore (maestro) in comune? Un mezzo per rafforzare quel questo è così sottile, così fragile? Anche qui è sottintesa la fragilità e si fondono in quel cristallo. Un cristallo è qualcosa di puro, trasparente, senza ombre, ma fragile, facile a rompersi.

Del libro gliene feci dono, della lettera no.