lunedì 18 maggio 2015

Diarioterapia: La mia esperienza - 1/5


Una pagina importante.

Nell'estate del 2011 avrei dato la seconda sessione di esami per il conseguimento della qualifica di counselor. Ero al terzo anno e al quarto mese di supervisione. Il 3 di maggio mi diagnosticano una “massa di cellule non meglio identificata che si è stesa sulla corda vocale destra”. Avevo già da qualche mese problemi di voce bassa e rauca, ma dagli esami fatti fino a quel momento non “c'era niente” e, chiaramente, non c'era neanche una spiegazione dei miei problemi di voce. La vita però ci conduce sempre alla verità, anche se fa male. Fu così che un mio amico dottore mi spinse a prendere appuntamento da un suo amico otorinolaringoiatra. Una visita di dieci minuti fu sufficiente, per questo medico, per invogliarmi ad agire immediatamente affinché mi ospedalizzassi per sottopormi a successivi accertamenti. In verità fu molto chiaro ed esplicito: nove probabilità su dieci che lei ha un cancro alla laringe, mi disse.
Interruppi gli studi di counseling, mio malgrado, e dopo neanche una settimana, l'8 maggio del 2011, entrai in ospedale.
Riporto alcuni scritti che composi in quel periodo commentandoli con delle riflessioni psicologiche cercando di cogliere significati, simbolismi, stati emotivi.
21 giugno 2011 h.20:32
Stamattina, mentre stavo nel cilindro della risonanza magnetica, pensavo e riflettevo che ogni giorno che passa ed ogni esame clinico in più è un passo verso la vittoria. Riflettevo anche sul significato che queste malattie stanno dando alla ricerca scientifica, spingendo medici e scienziati alla costruzione di macchine sempre più sofisticate, in grado di fornire un numero sempre maggiore di informazioni sul funzionamento del corpo umano. In effetti, queste malattie hanno il privilegio di spingerci ad indagare sempre di più il corpo e le sue dinamiche. Stavo per addormentarmi tre volte nel tubo. Ci sono rimasto quasi un'ora. Stasera mi ha chiamato anche Giulia, e ieri sera invece mi ha telefonato Marina. (due colleghe del corso di counseling).
Questo scritto mi dà la sensazione che il cancro alla laringe, quanto meno in quel momento del decorso della malattia, non sia una grande preoccupazione. Ragionare sugli sviluppi della scienza e della tecnologia, proprio nel mezzo di un'esame importante e anche molto frustrante quale risulta essere l'esperienza della risonanza magnetica (immobilizzato dalla testa ai piedi nella semioscurità di un enorme cilindro di ferro) può sembrare un modo di deflettere dal problema, dalla sofferenza. Come potrebbe anche essere l'evoluzione di una maturità consapevole su un aspetto doloroso. Riporto qualche passo scritto precedente.
20 maggio 2011
Il chakra della voce è il chakra della comunicazione.
Cosa mi impedisce di comunicare?
Come mi fa sentire la mia incapacità di comunicare?
Ho risolto qualcosa non comunicando?
Penso di essere isolato?
Provo un senso di soddisfazione?
Mi sento frustrato/umiliato?
Provo rabbia per questa situazione?
E se fosse irreversibile? Come ti fa sentire questo?
Pensi che ci sia una soluzione?
E quale potrebbe essere una soluzione?
Risposta: Una soluzione potrebbe essere quella di dire la verità!
Un'altra soluzione potrebbe essere quella di parlare (quindi comunicare) con sincerità.
Erano trascorsi circa 2 settimane dal mio ingresso in ospedale e le domande erano ancora tante. Perché era successo quel che era successo? Perché proprio a me? Questo, in sintesi, anche se lo nascondevo addirittura a me stesso, il senso sottinteso delle domande che mi rivolgo. In grassetto sottolineato ho riportato fedelmente quelle due paroline dove sembra che stia parlando a qualcuno. A chi sto mi sto rivolgendo in quel momento? Chi è il mio alter ego? Sono io che mi vedo soffrire? Il Come ti fa sentire questo? e “Pensi che ci sia una soluzione?” sembra il counselor che chiede al cliente. Vedo come uno sdoppiamento, io che pongo domande a me stesso. Evidentemente la voglia di sapere era tanta. Come pure di trovare una soluzione.
2 giugno 2011 9:28
Questo ospedale è un luogo di sofferenza, sento che le mie preghiere hanno un senso per tutti gli ammalati che sono qui ricoverati.
Sto aspettando i risultati della biopsia.
10 giugno 2011 h 22:00
Oggi ho riparlato con l'oncologo, il dott.Pepe, riguardo alla radioterapia in trattamento congiunto alla chemioterapia.
11 giugno 2011 h 7:30
Sono determinato a vincere, mi sottoporrò alla radioterapia e alla chemioterapia e trasformerò questo veleno in medicina. E' questa una grande occasione che mi si presenta per trasformare la mia vita, per trasformare la mia paura in coraggio.
11 giugno 2011 h 10:10
Ho confermato al dottor Cavaliere la mia decisione di andare in radioterapia più chemioterapia. Dopo 15 minuti vengo richiamato per firmare la mia decisione sulla cartella clinica e mi dicono che faranno al più presto ciò che c'è da fare poiché non posso aspettare tre mesi come d'ordinanza. Recitare per ringraziare e per allineare gli eventi secondo la legge mistica affinché tutto vada per il meglio. Grazie. Nam myo ho renghe kyo.
Nessuno tra familiari e dottori, fatta eccezione per l'oncologo, condividevano la mia scelta di evitare l'asportazione della laringe (corde vocali comprese) per sottopormi a trattamento alternativo (radio e chemio). Fu una scelta che pesò tutta sulle mie spalle e dovetti addirittura difendermi dalle accuse di superficialità che mi si muovevano contro. Le mie condizioni di salute, la mia voce bassa e sibilante, mi esimeva dallo spiegare le mie motivazioni intime, invitandomi ad agire più che a spiegare il mio agire; a rigor di logica, chiunque al mio posto avrebbe fatto altrettanto. Invece il dottore Pepe mi illuminò su un aspetto che non prendevo in considerazione nel mentre esaminavo le varie ipotesi di trattamento. Mi disse: “Sig.Boccia, esistono persone che mi dicono 'dottore faccia qualcosa, qualsiasi cosa purché mi togliete questa malattia' e altre persone che dicono 'dottore, fate qualsiasi cosa, basta che mi lasciate la voce'”. Una frase per illuminarmi sulla enorme diversità degli individui che compongono questa umanità.
A ben vedere il mio diario riporta fedelmente i momenti in cui prendo una decisione importante. Rilevo che non ci sono domande tra le righe di quei giorni, domande invece che riempivano le pagine dei primi giorni di degenza.

Scrivere mi aiutava a riflettere, a pensar-mi, a concentrarmi e anche a scaricare i momenti bui, quelli dove il dolore si fa sentire e dove a volte le lacrime offuscano le parole, confondendo i righi.

Diarioterapia: La mia esperienza - 2/5


Lettere mai spedite.

Ho già affrontato, in una pagina addietro, la possibilità di scrivere lettere a qualcuno e poi non spedirle, non recapitarle. Un'azione a prima vista al di fuori dalla comune razionalità, certamente, ma rientrante nel campo dell'intelligenza emotiva (Goleman). Qualche domanda però è lecito che la razionalità ce la ponga. Che senso ha scrivere lettere per poi non spedirle? Cercherò di rispondere secondo la mia esperienza.
A volte ci si trova coinvolti in amori tanto grandi, e dentro il cuore, invece, ci sentiamo piccoli piccoli. Ecco, questo credo sia quel che successe a me. Questo sentire grande, spesso, risulta incontenibile dall'anima, specie se è un amore non vivibile; possono esserci diversità culturali tra i due amanti, distanze fisiche, situazioni sociali, familiari, che impediscono ai sentimenti di farsi avanti. Questa potrebbe essere una risposta all'ego che chiede spudoratamente: Perché? La scrittura diventa allora un mezzo per contenere l'incontenibile, il sentimento trabocca sul foglio, si tinge di blu, di nero e, in un certo qual modo, prende vita. Così l'anima stessa riprende vita e nel fluire in sillabe, parole, quell'amore inconfessabile, invivibile, impossibile, scorre via. Rigo dopo rigo. Pagina dopo pagina. Mentre il dolore di un amore negato compie i suoi cerchi nella scrittura, la scrittura stessa ci restituisce alla vita. L'amore per l'altro diventato dolore per l'Io si sublima in amore per il Sé, perché scrivere è prendersi cura del Sé. Quel Sé superiore e quel Sé delle nostre profondità. Per questo, inconsapevolmente, si scrivono lettere che non verranno mai spedite.
Sabato 3 dicembre 2011 h 20:30
Cara Elisabetta, (nome inventato)
non so se questa lettera ti giungerà per il semplice fatto che non so se avrò il coraggio di consegnartela. E' veramente con molta apprensione che mi accingo a scriverti, ma comunque sia, è una decisione presa ormai. Spero tu stia a tuo agio a che ti sei messa comoda perché ho molte cose da dirti. Cercherò di scrivere calmamente e lentamente così che la mia calligrafia risulti chiara e leggibile.
Desidero che tu sappia, innanzitutto, che sei la persona che più di qualunque altra è a conoscenza delle emozioni più intime e anche le più importanti che, da qualche tempo a questa parte, mi accompagnano in quello che è stato per me un periodo importantissimo della mia vita, a partire dalla primavera del 2010. Debbo sottolineare, però, che la mia malattia ha rappresentato in questo periodo, un segno. Un punto e a capo nella mia vita.
Tu più di ogni altra persona, sei stata capace di farmi aprire il mio cuore,e questo mi ha permesso d'incontrare, mentre mi raccontavo a te, le mie sofferenze e le mie gioie. Mentre scrivo mi sale una commozione, sento che i sentimenti e le emozioni mi confondono e si fondono anche e temo di esprimere concetti che nulla hanno a che vedere con la natura della nostra relazione, per me sacra e inviolabile. Non sto qui a scriverti per esprimere concetti o idee della mente, ma per realizzare un desiderio, una intuizione, che è quella di mostrarmi a te così come sono e al contempo di farti incontrare la parte più profonda di me, la mia anima, ciò che non si vede ma eppure ha una sua natura, la puoi ascoltare e con la quale ci si può relazionare.
A questo punto ho da esprimerti anche delle mie paure, una tra le tante è quella che questa lettera, questa confessione a cuore aperto, potrebbe spaventarti, allontanarti da me a farti allontanare, è possibile che una parte di te reagisca in questo modo. Perché no? Tale paura, la mia, non mi impedisce di continuare a scrivere, di cercare un dialogo cuore a cuore, perché comunque sento che abbiamo in comune qualcosa, ma questo è così sottile, così fragile.
Volendo immaginare questa parte che ci accomuna mi sembra di vedere un cristallo, pieno di luce, etereo. Ecco, di questo ne ho la certezza, più volte ho meditato per scoprire se fosse un'illusione della mente, se quel che sento per te nasce veramente dal mio cuore, più volte mi sono interrogato per scoprire quale parte avesse bisogno di te, quale mio bisogno avrebbe potuto essere appagato dalla tua persona. E ho scoperto che non ho bisogni da soddisfare, che i miei sentimenti non ti usano egoisticamente ma anzi ti elevano e si fondono in quel cristallo.
Come hai potuto ben constatare, un libro accompagna questa lettera, un libro scritto da un maestro a te caro e che adesso è caro anche a me, dopo averlo conosciuto. Trovare questo libro e portarlo dallo scaffale di una libreria a casa mia è stato come un rapimento d'amore, anche la prima lettura, poiché più volte l'ho riletto qua e là, fa come voler saziare una fame d'amore. Scoprire che altre persone sono capaci di scendere in profondità di una relazione d'amore, come solo pensiamo o possiamo cercare di comprendere su di noi, e di raccontarcela è molto appagante. Voglio dire che è bello ritrovare, nelle pagine di un libro scritto da un maestro, emozioni e sentimenti che ci appartengono e che già, per nostra esperienza, conosciamo. E' come se Thich Nhat Hanh, con i suoi racconti, esplorasse e analizzasse i miei vissuti.
Se qualcosa in questa lettera, l'avrò dimenticata, oppure omessa di scriverla, sappi che la troverai tra le righe di “Mente d'Amore”, perciò te ne faccio dono.
Qui, in questa lettera, ci sono le mie paure verso la donna. Innamorarsi e non dirlo all'amata, confessare la paura di perderla (l'amata) senza averla ancora conquistata adducendo (ad entrambi) anche la responsabilità di una probabile fuga, rassicurarla che quel che provo è un amore puro, senza bisogni, ecco, queste sono tutte paure. Potrei intitolare questa lettera, adesso, dopo 4 anni dall'averla scritta, Paura di amare, e il titolo non farebbe una grinza. Esiste nel testo un'ambivalenza, come un desiderio, che alla pari di un istinto, mi induce a parlare con Lei, da una parte, e un'impossibilità a non poterlo fare, dall'altra. La lettera stessa esiste, in questo caso, per via di questa impossibilità alla comunicazione e il pregio, il merito di cui si fregia questa lettera mai spedita, è che simula l'aver superato questo scoglio. Sappiamo bene che la mente non finge anche quando finge, e che fingere di fare è un modo per fare quel che non possiamo fare. Scrivendo questa lettera, compiendo questo piccolo esercizio di diarioterapia, ho comunicato con lei, scrivendo le ho parlato, scrivendo le ho detto quel che non avevo il coraggio di dirle, dando così realizzazione al mio desiderio e pace alle mie ansie d'amore. Il dono del libro è chiaramente una deflessione dall'impegnarsi ad un comportamento concreto, da adulto. Ti regalo un libro suggerendoti che quel che non ti ho detto potrai trovarlo tra quelle pagine. Perché? Avrei potuto scrivere ti regalo questo libro perché ti amo. A ben pensarci, rileggendo ora, queste due parole “ti amo” non le ho mai scritte, sottinteso si, ma mai mi sono dichiarato apertamente. Ti regalo questo libro per comunicare una passione comune e un autore (maestro) in comune? Un mezzo per rafforzare quel questo è così sottile, così fragile? Anche qui è sottintesa la fragilità e si fondono in quel cristallo. Un cristallo è qualcosa di puro, trasparente, senza ombre, ma fragile, facile a rompersi.

Del libro gliene feci dono, della lettera no.

Diarioterapia: La mia esperienza - 3/5


Una diarioterapia particolare: l'autobiografia.

Avevo un sogno nel cassetto: scrivere un libro. Iniziai a scriverlo il 14 maggio del 2014, era il plenilunio e mi dissi che l'avrei terminato entro il plenilunio successivo. E così feci. Erano anni che scrivevo, che tenevo agende, memorie su block notes, computisterie, quaderni piccoli e grandi. Da circa due/tre anni però il desiderio di realizzare un'opera completa mi agitava, a volte mi ossessionava. Avevo scritto (dopo il cancro alla laringe) dei piccoli quaderni a tema a cui avevo dato il titolo Quintochakra. Chi li leggeva rimaneva entusiasta e mi faceva i complimenti. Ma desideravo qualcosa di più. Avevo già fatto un tentativo di mettere insieme vari scritti appartenenti ad epoche diverse della mia vita, avevo provveduto anche a dare loro una forma così che sembrasse un tutt'uno. Un mio amico tipografo più volte aveva rilegato i miei “esperimenti” ma c'era qualcosa che non andava. Rileggevo, rileggevo, e nonostante i singoli pezzi fossero fruibili a leggere, il metterli insieme e riunirli in una sola opera mi sembrava stonato. Tentai anche di estrapolare, tra i tanti racconti, qualcuno più lungo e che avesse una trama, per cercare di “allungarlo” e farlo diventare un libro, ma non ci riuscìì. Ogni storia come fosse un pezzo della mia vita e obbedisse all'assioma che il passato è passato e non si può cambiare, non si “faceva” trasformare, manipolare. Quando mi resi che non avevo scelta e che se intendevo realizzare un'opera completa, degna di tale nome, avrei dovuto farla da capo, ex-novo, incominciò il vero “lavoro” della diarioterapia.
Inconsciamente e inconsapevolmente stavo mettendo a fuoco il D.I. Di Progoff. Quegli scritti erano le sezioni che riportavano diligentemente i vari aspetti di me. Alcuni riguardavano le mie esperienze lavorative, altri dei momenti importanti della mia formazione in counseling, e poi c'erano poesie, riflessioni sulla vita e sul destino. Una lettera che conservo molto gelosamente, e che consegnai al destinatario, riguarda uno scritto per il mio primogenito. Avevamo litigato e mi sentivo in colpa per come reagii a quello che, con il senno di poi, considerai come un naturale comportamento di affermazione e di ricerca istintiva della propria individualità. Avevo anche lettere d'amore (consegnate) scritte alla madre dei miei due figli. Le valigie erano piene zeppe.
Cominciai a guardare tutto il lavoro (e sì perché adesso quegli scritti erano per me strumenti di lavoro – un distacco emotivo si andava via via affermando come per dichiarare aperta la sezione della sintesi del d.i.) svolto fino a quel momento come un esercizio. “Mi sono allenato” mi dicevo. “Questi scritti sono la mia esperienza” ripetevo osservandoli come chi, arrivato alla stazione, getta uno sguardo alle due valigie in cui ha messo tutto ciò che gli occorre, e attende con ansia il treno, carico di aspettative per il viaggio che sta per iniziare. Per il nuovo viaggio.
Quando iniziai a scrivere non immaginavo che strada facendo avrei raccontato la mia vita, non immaginavo che in quelle 170 pagine avrei ri-voltato tutta la mia esistenza. Pensavo che sarebbero state lo spunto per raccontare una storia nuova senza immaginare che quella storia “nuova” sarebbe stata la “mia storia”. In effetti sarebbe stata nuova lo stesso: un nuovo punto di vista, di sicuro.
Il metodo che utilizzai fu molto semplice. In quelle 4 settimane che impiegai per redigere il libro prendevo nota a penna dei fatti salienti della giornata (dovunque andavo avevo sempre con me un quaderno e una penna), li riportavo a computer, li rileggevo e poi li arricchivo con le mie memorie. Mi sono trovato così a costruire una storia sospesa tra presente e passato. Tutta vera, tutta reale, incastonando gioie e dolori. Creai personaggi fittizi, ma veramente esisti nel mio passato, e ricollocai la loro figura e funzione secondo gli effetti generati nel mio presente. Del mio passato non buttai nulla, delusioni, abbandoni, dispiaceri, aspettative, amori, gelosie, tutto fu degno di entrare nella mia storia.
Riuscii a dare una struttura matematica, un'armonia, a questo scritto. Ho conseguito comunque una maturità in Informatica. Decisi che ogni capitolo sarebbe stato di 8 pagine e che avrei scritto 21 capitoli in tutto. Nel mio libro si racconta un giorno, uno soltanto, dalla mattina al tramonto, vissuto dal protagonista, e mentre le ore avanzano, tutta la sua vita scorre davanti ai suoi occhi. Il tutto avviene in mezzo a faccende quotidiane come il lavoro, gli appuntamenti, i figli, un giorno normale, come tanti, ma che diventa speciale per il protagonista che alla fine della giornata, come riprendendo i numerosi flash-back che quel giorno l'hanno trasportato indietro nella memoria da dove, ogni volta, tornava con un briciolo di consapevolezza in più, giunge ad una consapevolezza ancora più grande, più profonda. Guardando la luna piena, alla fine di quella giornata, si riprende il suo Bambino ferito, se l'ho mette accanto, e piange insieme a lui. Questa volta sono lacrime di una ritrovata presenza, di un ri-trovare quelle parti smarrite che tutti ben conosciamo.
Un aspetto importante del mio libro è l'intreccio tra il corso di counseling (quando scrivevo ero al terzo anno e riprendevo dopo una sosta, per via del cancro, di tre anni), la storia della mia famiglia di origine, con i suoi segreti (finalmente confessati e svelati nelle mie pagine), la lontananza di mio figlio (che trascorreva in Argentina un'esperienza scolastica extraeuropea), i colloqui di counseling con i primi clienti e l'esperienza religiosa-spirituale che avevo vissuto negli ultimi 6/7 anni (compiuta mentre praticavo il Buddhismo). Quest'ultima ha molto segnato, nel bene, il mio cammino di crescita.

Desidero adesso analizzare i miei scritti e mostrare come è possibile intravedere il ciclo della gestalt che, strutturando il racconto, si srotola sistematicamente nelle fasi del precontatto, contatto, contatto pieno e post-contatto. Chiaramente è un'analisi che faccio al momento, nel qui ed ora di questa tesi, perché mai mi sarei immaginato di scrivere secondo il ciclo della gestalt, seppur inconsapevolmente, questo è quel che è avvenuto. Ne debbo convenire, così come anche gli studi di Progoff dimostrano, che esiste un ciclo nel raccontarsi, e che la scrittura testimonia fedelmente, in cui i pensieri piano piano, estraniandosi dalla realtà, scivolano verso quella parte di noi che che rappresenta il cuore della storia, della narrazione, la esplorano, e da lì poi risalgono di nuovo alla realtà.

Diarioterapia: La mia esperienza - 4/5


La struttura gestaltica della narrazione.

Per approfondire questo appena detto riporterò qualche pagina del mio libro, L'Intuizione. Voglio iniziare dal primo capitolo per evidenziare come già fin dall'inizio il racconto segue un suo movimento, dove il ciclo della gestalt è forse la teoria più significativa per quanto riguarda la ricerca di scoprire il senso della dinamica della narrazione e di estrarne dei significanti simbolici nelle parole e tra le parole, di ri-portare un senso ai termini usati e restituire loro il contributo e l'apporto che offrono al processo di awareness.

Capitolo primo.

Josephine aveva deciso di continuare gli studi, e per questo alla fine della scuola dell'obbligo aveva scelto un istituto dove si sarebbe specializzata nelle lingue. Ricordo che ne avevamo parlato molto un anno prima, lei ed io, avrei preferito una scuola che continuasse a formarla in quelle che, a mia ragione, consideravo materie importanti e dalle quali lei, purtroppo, fuggiva; mi riferivo alla storia, alla letteratura, al latino, così che se il suo desiderio di avventurarsi nel mondo delle lingue sarebbe sopravvissuto ad una formazione classica, ed io glielo auguravo, avrebbe avuto in questo modo una cultura più vasta su cui poggiarsi. Ma non ci furono versi di farle cambiare idea. Comunque non ho mai insistito più di tanto nel portare avanti la mia tesi riguardo al percorso di studi più adatto a lei, in effetti cercavo soltanto di farla riflettere sulla sua decisione e di spingerla a cercarne i motivi.

Pre-contatto.
Il racconto è leggero, descrittivo, si racconta il momento che si sta vivendo e le inevitabili riflessioni spontanee. Ci sono molte idee e riflessioni. Si parla di un'altra persona, mia figlia, dei suoi studi e di quello che ci eravamo detti tempo prima a riguardo a tali studi. Si parla di altro. Il pensiero è cognitivo organizzato. In questa fase di pre-contatto, si riporta ciò che si pensa, le opinioni, i concetti, e si spiega anche perché la pensiamo così (...formarla in quelle che, a mia ragione, consideravo...). Continuando...

Anche quella mattina, come facevo da quasi un anno, l'accompagnai alla fermata del bus che l'avrebbe condotta a San Sebastián dove frequentava il Liceo Linguistico. Era una mattina di giugno, bella, arieggiata; una leggera brezza s'intrufolava per i borghi del paese e se ne percepiva la freschezza specie in quelli non ancora raggiunti dai raggi del sole. Guidavo sovra pensiero e ancora un po' assonnato quando Josephine mi disse “Papà...sai...” e iniziò a raccontarmi della presentazione del concorso di scrittura, organizzato al liceo, durante il quale, proprio quel giorno, avrebbe letto l'opera migliore, quella che si sarebbe aggiudicata il primo premio. Era, così mi diceva, anche l'ultimo giorno di scuola, il sabato che volgeva all'indomani, tutti i suoi compagni di scuola, compresa lei, avrebbero disertato le lezioni per trascorrere una giornata al mare. Avrebbero festeggiato, così, tra un tuffo e giochi da spiaggia, la fine dell'anno scolastico. Pensai di riflesso, e con nostalgia, ai miei anni scolastici, a come io festeggiavo la fine della scuola e l'inizio delle vacanze. Nello stesso modo di mia figlia, in quelle larghe e sabbiose spiagge della Côte Vermeille, di fronte a Perpignan, solo che io non l'avrei mai detto ai miei genitori. Io al mare, ci andavo ma lo tacevo ai miei mentre speravo, che nulla di male ci fosse accaduto, né ai miei compagni e né soprattutto a me, durante quelle innocenti fughe ma pregne di un inevitabile senso di colpa, come lo sono tutte le cose che si compiono di nascosto.

Il pre-contatto continua a srotolarsi. L'attenzione è ancora centrata su mia figlia. Le sue esperienze (il concorso di scrittura, i compagni, il mare). Ho approfondito il suo ultimo giorno di scuola, i tuffi e i giochi da spiaggia. La spiaggia dove andrà mia figlia diventa il ponte per la spiaggia (nei miei ricordi) dove andavo io. L'attenzione viene riportata su se stessi, gradualmente, lentamente. Gli spunti del presente sono insight per raccontare un passato o, quantomeno, permettono al passato, di riaffacciarsi nel momento presente. Non si racconta più di altro e di altri, ma si inizia a narrar-SI.
I pensieri si fanno autoreferenziali. Ci si avvia vero la fase del contatto. Si intravede già una discesa verso il profondo: come lo sono tutte le cose che si compiono di nascosto. Continuando...

Non era un bel periodo, avevo tante idee ma quasi tutte erano dei riflussi di un lontano passato. Cercavo invano di attuare un ponte tra vecchio e nuovo, tra il mio passato e questo presente. Riconoscevo in questo rimuginare sul da farsi una mia inclinazione ad interessarmi al marketing, al commercio; i progetti che mi venivano alla mente si abbellivano con abiti alla moda ma nella sostanza erano quelli di sempre. Insomma la mia mente non riusciva a produrre niente di innovativo e che potesse interessare altri imprenditori o operatori commerciali. La crisi stagnava anche nel mio cervello e la mia attività di counseling boccheggiava, le persone vedevano e sentivano e, sicuramente, parlavano anche del mio centro. Ma coloro che si sporgevano dalla finestra a chiedermi di cosa mi occupassi e in che consisteva il mio lavoro erano veramente pochi. Ancora meno erano i coraggiosi che venivano nel mio ufficio, si sedevano e si facevano ascoltare. Erano queste, anime gentili che cercavano un vero conforto nella vita, persone che osavano sfidarsi, chi lamentandosi e chi combattendo, in questa partita che chiamiamo vita.

Contatto.
I pensieri continuano ad autoreferenziarsi, l'attenzione è portata alla propria vita e ai fatti della propria vita. Si descrive come si sta affrontando il momento presente e si fanno collegamenti tra passato e presente, molto veloci, come flash-back. Si sta cercando un senso a quel che accade per trovare un focus. La natura dei pensieri sembra voglia indirizzare il focus verso un aspetto materiale della vita (il lavoro, il marketing). E' solo verso la fine, con l'accenno al counseling, che l'attenzione si sposta dalla sfera materiale (lavorativa) a quella emotiva, dove, molto probabilmente, risiede il focus. Ekart Toll lo chiama corpo del dolore. Le interruzioni al contatto, che ben sottintendono al pre-contatto (Era una mattina di giugno, bella, arieggiata; una leggera brezza s'intrufolava per i borghi del paese...) e al contatto sono evidenti (Ma coloro che si sporgevano dalla finestra a chiedermi di ...). Continuando...

E poi c'era l'amore per Santina. Quello che mi portavo nel cuore. Ma il mio sentimento affogava nella solitudine. Lei era altrove, guardava e mirava chissà dove. La sera prima, molto ma molto tardi, le avevo scritto un'email in cui le chiedevo di essere sincera con me, la invitavo a comunicarmi le sue riflessioni sulle mie due precedenti lettere in cui le avevo, finalmente e coraggiosamente, confidato i sentimenti che nutrivo per lei. Anche se nel frattempo ci eravamo sentiti e visti, mantenendo, almeno in apparenza, una formale cordialità, il resto era passato sottobanco, era stato abbandonato, anzi recluso, nella stanza delle cose da non dire, perché imbarazzano, perché non si sa come sistemarle, verbalizzarle. La comunicazione non si era interrotta, lei continuava ad essere gentile e garbata nei miei confronti, ma ... ma si sentiva che si era creato una specie di buca, un vuoto che se avesse potuto parlare avrebbe richiesto di essere riempito e portato alla realtà. O seppellito.

Contatto Pieno.
Il passaggio è stato repentino. La lentezza del movimento che caratterizzava le prime due fasi di pre-contatto e contatto, ha accelerato all'improvviso. Di colpo mi sono trovato nel dolore, nel dolore dell'amore. Di colpo sono precipitato nel cuore dove esso stesso diviene focus e soma dei miei sentimenti. Il pensiero si sposta nuovamente su altro, ma non è l'altro di prima, non è altro fuori o diverso da me. Questo altro, adesso, nel contatto pieno, è una parte di me. E' un'estensione delle mie emozioni, perché in esso colloco aspettative, desideri. L'altro diventa l'altro in cui cercare quel me che ho perso. Nel contatto pieno esploro me esplorando l'altro. I confini si allargano, le identità si sovrappongono. E' interessante notare il termine finale seppellito, ciò di cui parlo, di cui scrivo, sta nella terra, sta giù nel profondo, è seppellito. Come una cosa morta. Come...ma non è morta. Continuando...

Ecco, in effetti la mia lettera di quella sera era una richiesta di realtà, invitandola a parlarmi delle sue impressioni era come se volessi, da parte sua, una presa di coscienza su quello che stava avvenendo tra lei e me. Non dico noi, poiché questa parola presuppone uno stato avanzato, al quale, quasi certamente non saremmo mai approdati. Cercavo una chiarezza, non una corrispondenza affettiva ai miei sentimenti, ma un parlare alla luce del sole. Penso che un uomo e una donna debbano avere il coraggio di parlare anche degli aspetti dolorosi di quello che corre tra loro. Quando dico parlare, in questo contesto, intendo confidarsi anche ciò che fa male senza farsi male. Le lacrime sono lacrime e i sorrisi sono sorrisi. Questa è la vita. E questo è l'amore.

Nel contatto pieno ci si identifica e ci disidentifica, in un movimento a spirale e ripetitivo. Il racconto diventa mezzo assoluto e indispensabile che chiarire, per ritrovare la propria identità perduta, per separare il l'IO dal TU, lo sfondo dalla figura. Le gestalt aperte si fanno sentire e chiedono attenzione, cura, stimolando e ri-mettendo all'opera la tendenza attualizzante di Rogers. In questa seconda fase del contatto pieno, il raggiungimento di una maturazione (consapevolezza), passa attraverso il ritorno alla razionalità: Quando dico parlare, in questo contesto, intendo confidarsi anche ciò che fa male senza farsi male. Non si tratta di giungere ad una fredda e scostante ragionevolezza, ma di affacciarsi ad un senno saggio e benevolo, sia verso l'altro ma soprattutto verso me. Questo è il processo di integrazione e di guarigione con cui osservo, prendo e comprendo le mie parti di me sparpagliate, disperse, disintegrate. Nel contatto pieno si apprende, proprio come a scuola, il significato di ciò che ci accade: Questa è la vita. E questo è l'amore. Continuando...

Mentre scendevo le scale dal mio appartamento, ipotizzavo che dare avvio ad un'associazione che offrisse servizi di consulenza finanziaria agli imprenditori locali, potesse essere una buona idea e, giunto nell'androne a piano terra, ero convinto della bontà di tale idea. Ma dopo aver lasciato mia figlia alla fermata del bus ed essermi diretto automaticamente verso il bar tabacchi dove avrei fatto colazione e quasi sicuramente comprato contro la mia volontà un pacchetto di gaulois bianche da 10, ebbi un'intuizione. Proprio mentre tirare il freno a mano, come se quel gesto avesse aperto e chiuso una connessione neuronale, un pensiero si affacciò alla mia mente. Un po' deluso pensai che fosse un'idea come tante. Uno dei soliti pensieri, quelli che vanno e vengono e non lasciano traccia alcuna. Come tanti. L'ennesimo.

Post-contatto.
Il ritorno alla realtà è evidente. Il pensiero si rivolge al presente e l'autoreferenzialità si esprime anche in relazione al mondo che ci circonda. L'angoscia e l'ansia sperimentata nel contatto pieno lascia il posto a una riflessione pacata sul mondo. Il dolore perde la sua centralità e il risorgere delle risorse (...ipotizzavo che dare avvio ad un'associazione...) ci propone alla nostra individualità e specificità. L'attenzione, nuovamente, compie un altro movimento: si sposta dalle emozioni interne sperimentate nel contatto-pieno ai fatti pratici. Si tirano delle conclusioni, non buone, non cattive, si tirano e basta. E con questo basta ci facciamo i conti. E' il momento in cui la domanda del counselor: come ti senti? non sembra più tanto stupida, non sembra più inappropriata, come a volte viene da considerare. Adesso, più di prima, si riesce a dire come ci si sente. Riporto questa frase intermedia ...e quasi sicuramente comprato contro la mia volontà un pacchetto di gaulois bianche da 10, ebbi un'intuizione L'Io (l'intuizione) ha ritrovato L'Es (il desiderio di fumare contro la mia volontà). Nel post contatto l'Io ha ritrovato l'Es.
Riprendendo il filo, già accennato innanzi, che tutti i racconti seguono inevitabilmente un percorso gestaltico e percependo che ogni racconto contiene a sua volta altri racconti per giungere ad altri mondi, mi viene da dire, che il racconto fotografa le gestalt e riponendole nella scrittura, le riporta alla luce. Esse sono lì, su un foglio bianco, impietose, nude e crude. Ritengo significativo riportare l'inizio dell'ultimo capitolo per allargare l'orizzonte di ciò che intendo sottintendere a questo concetto.
Già le prime battute la dicono lunga sul mio stato d'animo, sul desiderio di ritornare alla vita reale, di andare per il mondo con questa nuova consapevolezza di me e anche con una sana aspirazione di metterla in pratica.
Capitolo ventunesimo.
Era giunto il momento di concludere. Terminare, chiudere, mi risultava sempre difficile. In una chiusura è necessario dare un senso a quello che è stato, alle emozioni che si sono mosse, ai transfert che si sono attivati.
Per chiudere bene bisogna ritornare all'inizio del racconto per ritrovarne i fili conduttori che hanno sostenuto lo svolgersi del pensiero narrante, attraverso cui le specificità dei personaggi, con avventure e le metafore, svelano la favola in tutto il suo insegnamento. Offrire un ruolo ai personaggi è dare un senso e un significato alla loro stessa esistenza e alle connessioni con il protagonista narrante.
Quel venerdì si sarebbe stampato nella mia memoria poiché, finalmente, avevo ripreso ciò che era disorganizzato e staccato da me, avevo dato un senso ad ogni voce così che il tutto risultasse un coro armonico. Non ero più una meteora sfrecciante nel vuoto siderale in balia di occasionali forze gravitazionali ma un pianeta che orbitava intorno alla sua stella.
Erano trascorsi otto giorni da quella mattina in cui la mia intuizione aveva trasformato non poco la mia vita, dandomi modo di raccordare, legare, sciogliere, varie situazioni, pensieri, idee, così da restituirmi un senso di armonia e di benessere interno...

Scrivere questo libro per me ha significato riprendere la mia vita, tutta, senza buttare via niente, sono riuscito a riorganizzarla (Non ero più una meteora sfrecciante nel vuoto siderale in balia di occasionali forze gravitazionali ma un pianeta che orbitava intorno alla sua stella.), mi sono precipitato nel cimitero del mio inconscio (Hillman). Lì ho trovato pezzi di me morti, agonizzanti (...avevo ripreso ciò che era disorganizzato e staccato da me,..), che chiedevano disperatamente di tornare alla vita. Non si può vivere in un cimitero, dice Hillman, è angosciante. Ho avuto coraggio e ho dato una mano ad ogni parte di me che soffriva per aiutarla a rialzarsi. Ho sentito che il ciclo della gestalt si compiva, dall'inizio alla fine del libro è stato un ciclo completo, e in ogni capitolo un miniciclo si compiva nuovamente. Scendevo e salivo giù e dentro di me. E quando tornavo ero sempre più ricco, sentivo di chiudere gestalt aperte da millenni. Ho dimostrato a me stesso che potevo farlo, e l'ho fatto, e questa tesi è nuovamente un punto di arrivo e di ri-partenza al contempo. Non immaginavo, quando lo scrissi, che il mio libro si sarebbe intrecciato, nuovamente, con la mia formazione di counselor.
Ma l'evidenza mi dice che sbagliavo, e mi dice che la vita ci da sempre più di quel che ci aspettiamo.

La mia esperienza - 5/5


Diarioterapia: La mia esperienza - 5/5


Un diario speciale: quello di Robinson Crosué.

Robinson avendo ritrovato i libri, le cui pagine erano state completamente sbiancate dall’acqua di mare, pensa di poterli utilizzare per tenere un diario. Solo per questo s’ingegna nell’ottenere un liquido colorato e resistente da un pesce e un mezzo per scrivere. Di seguito riporto uno stralcio tratto da “Venerdì o il limbo del Pacifico" di Michel Tournier, l'autore che rivisitò il testo di Daniel Defoe "Robinson Crusoe".
“Si affrettò allora a tagliare in modo conveniente una penna di avvoltoio, e tracciando le prime parole su di un foglio di carta fu sul punto di piangere di gioia. Gli sembrava all’improvviso di essersi quasi strappato dall’abisso di bestialità in cui era sprofondato e di rientrare nel mondo dello spirito, compiendo quasi un atto sacro: scrivere. Da allora aperse quasi ogni giorno un suo log-book per affidargli (…) le sue meditazioni, l’evoluzione della propria vita interiore, o anche i ricordi che tornavano a lui dal passato e le riflessioni ispirate da quelli” (Tournier M., Venerdì o il limbo del Pacifico).
Rifacendomi ad alcuni accenni di una recensione sul testo di M.Tournier, rilevo che si il recensore, bene dice a sottolineare che le differenze tra il Robinson di Defoe e quello di Tournier. Il primo concreto e materialista, privo di una vera e propria filosofia di vita, interessato essenzialmente alla sua sopravvivenza ed il secondo, personaggio più completo, dotato di una forte personalità, critico e programmatore: intraprende un'attenta analisi razionale e sistemica degli eventi che lo conduce ad una metamorfosi spirituale nella quale, inizialmente, da uomo privo di alcuna speranza, si trasformerà in re e amministratore unico dell'isola.
Anche in questo libro, la scrittura che ci porta a conoscere il mondo così come il protagonista lo descrive nel suo diario, come un aprirsi di scatole cinesi, ci mostra il suo indiscutibile potere di trasformazione degli individui.


E proprio il caso di dirlo: l'inizio della catarsi inizia con la parola scritta. All'origine fu il verbo, e subito dopo il logos.

Indice


Tesi sulla diarioterapia: Un viaggio alla scoperta del Sé - Parte finale.


Conclusioni.

Dopo questo viaggio attraverso la storia del counseling, la filosofia, la psicologia umanistica-esistenziale, il tutto riportato in queste poche decine di pagine, sento di aver compiuto un altro passo importante per la mia vita, per me. Ho approfondito la tecnica della diarioterapia e debbo constatare che, le tecniche narrative, hanno un certo fascino per me. Ho desiderio di approfondire ancora, e di formarmi su questo mondo così bello e così misterioso che rappresenta la scrittura. Ho anche il desiderio di iniziare a proporre il diario ai miei clienti, permettendomi così di diffondere questo metodo che comincio a considerare una vera e propria arte. La scrittura è divenuta, in queste pagine, per me, l'arte del raccontarsi, l'alchimia della conoscenza del Sé.
Ma soprattutto un mezzo per aiutare le persone ad aiutarsi da sole.
Così come questa piccola comunità, qual'è l'Aspic di Salerno, ha aiutato me. e a cui vanno i miei più affettuosi ringraziamenti.

Tesi sulla Diarioterapia: Un viaggio alla scoperta del Sé.



Bibliografia.

Nota: Alcuni libri non sono attinenti alla Diarioterapia e comunque sono stati importanti per la mia formazione. Senza la conoscenza che hanno infuso in me mi sarebbe stato impossibile scrivere la presente tesi. Inserendo qui tali testi, tra i più significativi per me, rendo omaggio agli autori.

Mucchielli Apprendere il Counseling (Feltrinelli, 2006)
Fritz Perls L'Approccio della Gestalt (Astrolabio, 1977)
Milton H.Erickson La mia voce ti accompagnerà (Astrolabio, 1983)
Alexander Lowen Amore, Sesso e Cuore (Astrolabio, 1989)
Melanie K. - J.Riviere Amore, Odio e Riparazione (Astrolabio, 1969)
G.Groddeck Il libro dell'Es (Newton ,1994)
C.G.Jung L'uomo e i suoi simboli (TEA, 2013)
C.G.Jung Opere - L'associazione verbale negli individui normali (Boringhieri, 1984)
Martin Buber L'io e il tu
Max Pulver La simbologia della scrittura Psicologia della scrittura (Boringhieri, Torino, 1983)
Daniel Goleman Intelligenza emotiva (BUR, 1996)
Ira Progoff Curarsi con il diario, Nuove Pratiche Editrice, Milano
Pennebaker James W. Scrivi cosa ti dice il cuore. Autoriflessione e crescita personale attraverso la scrittura di sé, Centro Studi Erickson
La morte e la rinascita di Psicologia: Una valutazione integrativa di Freud, Adler, Jung e Rank e l'impatto delle loro intuizioni culminanti sull'uomo moderno.
(New York, Julian Press. 1956).
Profondità la psicologia e l'uomo moderno: una nuova considerazione dell'entità della personalità umana, le sue dimensioni e risorse
(New York, Julian Press. 1959).
Michel Tournier Venerdì o il limbo del Pacifico, Einaudi, 2010
Il codice dell'anima James Hillman, Adelphi, 2010
Il complesso di Telemaco Massimo Recalcati, Feltrinelli, 2014
Psicologia e Alchimia C.G.Jung, Boringhieri, 2006
Erich Fromm Avere o essere?, Mondadori, 1997
Pragmatica della comunicazione umana
P.Watzlawick, J.H.Beavin, Don D.Jackson, Atrolabio, 1971
La sincronictà C.G.Jung, Boringhieri, 2014
Te stesso al cento per cento W.W.Dyer, Rizzoli, 1984
Il senso dell'esistenza Sua Santità Dalai Lama, Rizzoli, 1997
Narciso e Boccadoro H.Hesse, Mondadori, 2014
Il lupo della steppa H.Hesse, Mondadori, 1995
Il giuoco delle perle di vetro H.Hesse, Mondadori, 2006
L'arte di essere felici Seneca, Newton, 2013.

Home